La carne è halal, il salario no: il guadagno lecito e il caporalato
Nell'Islam «halal» non riguarda solo il cibo. Un detto autentico mette chi non paga il lavoratore tra le tre persone di cui Dio sarà avversario. Nelle campagne italiane, intanto, oltre 200.000 braccianti lavorano in nero.
মাংস হালাল, কিন্তু মজুরি মেরে খাওয়া নয়: হালাল উপার্জন আর কাপোরালাতো
ইসলামে «হালাল» শুধু খাবারের ব্যাপার নয়। একটি সহিহ হাদিসে বলা আছে, যে ব্যক্তি শ্রমিকের মজুরি দেয় না, কিয়ামতের দিন আল্লাহ নিজে তার বিপক্ষে দাঁড়াবেন। এদিকে ইতালির খেতখামারে ২,০০,০০০-এরও বেশি কৃষিশ্রমিক বেআইনিভাবে, কাগজপত্র ছাড়া কাজ করছেন।
Latina, un supermercato etnico vicino alla stazione, un sabato mattina. Hamid, operaio in una fabbrica di imballaggi, si ferma al banco della carne e controlla l'etichetta: c'è il timbro dell'ente che certifica la macellazione halal, quella permessa dalla legge islamica. Accanto a lui il cugino Bilal, che da tre anni lavora nelle serre dell'Agro Pontino, ride: «Tu guardi se la carne è halal. Io in tre anni non ho mai visto una busta paga. Il mio salario è halal?».
Halal, in arabo, vuol dire semplicemente «lecito». In Italia la parola è finita quasi solo sulle etichette, ma nelle fonti islamiche riguarda prima di tutto il modo in cui si guadagna e si fa guadagnare. Abbiamo già scritto che il lavoro fatto bene, per i testi, ha qualcosa di sacro (qui l'articolo). Il rovescio della medaglia è il lavoro pagato male, o non pagato.
Il testo
Nella raccolta di al-Bukhari, la più autorevole, c'è un detto in cui il Profeta riferisce le parole di Dio: «Sarò avversario di tre persone il Giorno della Resurrezione». La prima è chi tradisce un patto fatto nel nome di Dio. La seconda è chi vende come schiavo un uomo libero e ne mangia il prezzo. La terza:
«E un uomo che ha assunto un lavoratore, ha ottenuto da lui tutto il lavoro e non gli ha dato il suo salario.» (Sahih al-Bukhari 2227; traduzione della redazione)
Il capitolo in cui al-Bukhari mette questo detto si intitola «Il peccato di chi vende un uomo libero». Chi non paga il lavoro è messo vicino a chi riduce una persona in schiavitù.
Il contesto
Il Corano non parla di contratti di lavoro come li intendiamo oggi, ma pone due principi. Il primo: «non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso» (4:29, traduzione di Hamza Roberto Piccardo). Il secondo è la condanna di chi imbroglia sul peso: «Guai ai frodatori, che quando comprano esigono colma la misura, ma quando sono loro a misurare o a pesare, truffano» (83:1-3). Il versetto parla di pesi e misure al mercato, non di salari; applicarlo al lavoro è un ragionamento per analogia, ma molto naturale: chi pretende otto ore e ne paga cinque sta truccando la bilancia. Nel racconto del profeta Shu'ayb, il Corano aggiunge l'ordine di non defraudare la gente dei suoi beni (11:85).
C'è poi il detto più famoso, «date al lavoratore il suo salario prima che si asciughi il suo sudore» (Sunan Ibn Maja 2443). La sua catena di trasmissione è molto debole; molti esperti, tra cui al-Albani, lo accettano lo stesso perché la stessa frase arriva da altre vie. Va citato con questa cautela.
E c'è un detto che si cita spesso, ma va letto nel suo contesto. Il compagno Abu Dharr racconta che il Profeta, parlando di chi lavorava al servizio degli altri, disse: «Sono vostri fratelli», nutriteli con ciò che mangiate, vestiteli con ciò che indossate, non caricateli di ciò che li sopraffà, e se lo fate, aiutateli (Sahih al-Bukhari 30; Sahih Muslim 1661). Parlava di servi e di schiavi, una realtà che il diritto islamico classico regolava e non aboliva. Proprio per questo colpisce: perfino per chi non era libero il limite era la fatica sopportabile.
Cosa significa qui e ora
In Italia il caporalato è un reato dal 2011, e dal 2016 la legge punisce, oltre al caporale che recluta i braccianti, anche il datore di lavoro che li sfrutta: da uno a sei anni di carcere, da cinque a otto se c'è violenza o minaccia (articolo 603-bis del codice penale).
I numeri restano pesanti. Secondo il settimo rapporto Agromafie e caporalato della FLAI CGIL, presentato a dicembre 2024, in agricoltura i lavoratori irregolari sono oltre 200.000, di cui più di 50.000 donne, e la paga annua lorda mediana è intorno ai 6.000 euro. L'ISTAT stima che nel 2023 in agricoltura fosse irregolare il 17,6% del lavoro, contro il 12,7% della media nazionale.
Le storie hanno nomi. Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, è morto nel giugno 2024 nell'Agro Pontino, dopo che un macchinario gli aveva tranciato un braccio e il datore di lavoro lo aveva lasciato davanti a casa invece di portarlo in ospedale. L'8 luglio 2026 il tribunale di Latina ha condannato in primo grado il datore di lavoro a 16 anni per omicidio volontario. Il 1° giugno 2026, ad Amendolara, in Calabria, quattro braccianti sono stati bruciati vivi in un'auto, come abbiamo raccontato qui: sono accusati due uomini ritenuti i loro caporali. A settembre un'inchiesta della procura di Catanzaro ha portato a venti arresti nella Piana di Sibari: secondo l'accusa i braccianti prendevano 40 euro in nero per dieci ore di lavoro, meno le trattenute dei caporali.
In molte di queste storie chi sfrutta e chi è sfruttato vengono dallo stesso paese, parlano la stessa lingua, a volte pregano nella stessa moschea. Il detto di al-Bukhari non fa distinzioni: l'avversario di Dio è chi non paga, chiunque sia.
La voce contraria
C'è chi obietta che citare un hadith contro il caporalato serva a poco. Il problema, dice chi studia la filiera, è strutturale: secondo la campagna Filiera Sporca, che da anni indaga sulla raccolta degli agrumi al Sud, sono gli intermediari commerciali a stabilire i prezzi, e con quei prezzi il bracciante pagato in regola diventa un costo che molte aziende non vogliono sostenere. Nessuna predica cambierà da sola il prezzo delle arance al supermercato.
È vero. Ma i testi non chiedono di risolvere la filiera: chiedono a ciascuno di non essere l'anello che non paga. E danno a chi lavora una parola per dire che quello che subisce non è normale, né davanti alla legge italiana né davanti a quella in cui crede. Chi è sfruttato può rivolgersi a un sindacato (qui la nostra guida) o al numero verde antitratta 800 290 290, gratuito e attivo giorno e notte, e chi denuncia lo sfruttamento può ottenere un permesso di soggiorno per casi speciali.
Bilal, quel sabato, non ha comprato niente. Lunedì, racconta Hamid, è andato con lui alla sede del sindacato. «La carne la sappiamo controllare», gli ha detto. «Adesso controlliamo anche le ore».
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