Licenziato? Cosa fare entro 60 giorni (e cosa succede al permesso)
Il licenziamento a voce non vale, le dimissioni si danno solo online, la NASpI va chiesta entro 68 giorni e il permesso di soggiorno non si perde con il lavoro. Il calendario delle scadenze, dalla lettera al giudice.
চাকরি চলে গেছে? ৬০ দিনের মধ্যে কী করতে হবে (আর পারমেসো দি সজ্জর্নোর কী হবে)
মুখে মুখে চাকরি থেকে বের করে দিলে তা বৈধ নয়, ইস্তফা দিতে হয় শুধু অনলাইনে, NASpI চাইতে হয় ৬৮ দিনের মধ্যে, আর চাকরি গেলেই পারমেসো দি সজ্জর্নো চলে যায় না। চিঠি থেকে বিচারক পর্যন্ত সময়সীমার পুরো ক্যালেন্ডার।
Sessanta giorni. È il tempo che hai per difenderti da un licenziamento che ritieni ingiusto. Passati quei sessanta giorni, anche se avevi ragione, non puoi più fare niente. Molti lavoratori stranieri lo scoprono troppo tardi, perché nelle prime settimane pensano ad altro: trovare un nuovo lavoro, pagare l'affitto, capire cosa succede al permesso di soggiorno. Questa guida mette in fila le scadenze, dalla prima all'ultima.
Prima di tutto: il licenziamento deve essere scritto
In Italia il licenziamento deve essere comunicato per iscritto. Un «da domani non venire più», detto a voce o per telefono, non vale. Se il datore di lavoro ti allontana senza una lettera, conserva i messaggi, segnati la data e rivolgiti subito a un sindacato o a un patronato.
La lettera deve indicare i motivi. In genere sono di due tipi:
- motivi disciplinari, legati a un tuo comportamento (giusta causa o giustificato motivo soggettivo). In questo caso il datore deve prima contestarti il fatto per iscritto e darti almeno cinque giorni per difenderti;
- motivi economici o organizzativi (giustificato motivo oggettivo): l'azienda dice di avere meno lavoro o di aver chiuso un reparto.
Alcuni licenziamenti sono sempre nulli: quelli per discriminazione (per esempio per la religione, l'origine o la nazionalità), quelli durante la gravidanza e fino a un anno di età del figlio, quelli nel periodo intorno al matrimonio.
Se pensi di essere stato discriminato
Capita che il motivo scritto nella lettera sia uno, e quello vero un altro: il velo, la preghiera, il Ramadan, il nome straniero. Un licenziamento discriminatorio è nullo e dà diritto a tornare al lavoro, qualunque sia la grandezza dell'azienda. Non è facile da dimostrare, ma la legge aiuta: se porti elementi seri, per esempio messaggi, frasi davanti a testimoni o colleghi italiani trattati diversamente, tocca al datore di lavoro provare che la discriminazione non c'è stata. Conserva tutto e parlane con un sindacato. Puoi anche segnalare il caso all'UNAR, l'ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali.
La scadenza dei 60 giorni
Se pensi che il licenziamento sia ingiusto, devi impugnarlo entro 60 giorni da quando hai ricevuto la lettera. Impugnare significa contestarlo per iscritto: basta una lettera, anche firmata da un sindacato, in cui dici che non sei d'accordo. Si manda con raccomandata con ricevuta di ritorno o con posta elettronica certificata (PEC), in modo da avere la prova della data.
Poi c'è una seconda scadenza: entro 180 giorni dall'impugnazione devi depositare il ricorso al Tribunale del lavoro, oppure chiedere un tentativo di conciliazione. Qui serve un avvocato, che spesso il sindacato mette a disposizione.
Cosa puoi ottenere? Dipende dalla grandezza dell'azienda, dalla data di assunzione e dal tipo di licenziamento: in alcuni casi la reintegrazione nel posto di lavoro, più spesso un risarcimento in mensilità.
Le dimissioni: attenzione a cosa firmi
Dal 2016 le dimissioni si danno solo online, con una procedura sul sito del ministero del Lavoro o tramite un patronato. Se il datore di lavoro ti fa firmare un foglio di dimissioni, magari in bianco il giorno dell'assunzione, quel foglio non vale.
Dal 2025, però, c'è una regola nuova: se ti assenti dal lavoro senza giustificazione per più dei giorni previsti dal contratto collettivo o, se il contratto non dice nulla, per più di 15 giorni, il datore può comunicarlo all'Ispettorato del lavoro e il rapporto si considera chiuso con le tue dimissioni. Le dimissioni volontarie non danno diritto alla disoccupazione. Puoi evitarlo solo dimostrando che non potevi avvisare o venire, per esempio per malattia o forza maggiore. Quindi: se non puoi andare al lavoro, avvisa sempre per iscritto.
La disoccupazione: NASpI entro 68 giorni
Se sei stato licenziato, anche per motivi disciplinari, o ti sei dimesso per giusta causa (per esempio perché non ti pagavano lo stipendio), puoi chiedere all'INPS la NASpI, l'indennità di disoccupazione. Requisito principale: almeno 13 settimane di contributi negli ultimi quattro anni.
Dal 2025 c'è un limite in più: se nei dodici mesi prima ti eri dimesso volontariamente da un altro lavoro, ti servono almeno 13 settimane di contributi nel nuovo lavoro.
La domanda si fa online o tramite patronato entro 68 giorni dalla fine del lavoro. Dopo, la perdi. La NASpI dura al massimo la metà delle settimane lavorate negli ultimi quattro anni, e si riduce un po' ogni mese dopo i primi mesi.
E il permesso di soggiorno?
Perdere il lavoro non significa perdere il permesso. La legge dice che lo straniero che perde il lavoro, anche per dimissioni, può iscriversi al Centro per l'impiego e restare in Italia per cercarne un altro: per tutto il tempo che resta sul suo permesso e comunque per almeno un anno. Se alla scadenza non hai ancora un lavoro, puoi chiedere un permesso per attesa occupazione.
Cosa fare:
1. iscriviti al Centro per l'impiego e firma la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (la domanda di NASpI vale già come dichiarazione);
2. conserva la lettera di licenziamento e le buste paga;
3. quando rinnovi il permesso, porta i documenti che dimostrano la tua situazione.
Sul rinnovo del permesso abbiamo una guida: https://arabita.news/it/articolo/225.
Il calendario, in breve
- Giorno 0: ricevi la lettera di licenziamento.
- Entro 60 giorni: impugnazione scritta, se il licenziamento è ingiusto.
- Entro 68 giorni: domanda di NASpI.
- Entro 180 giorni dall'impugnazione: ricorso al giudice o richiesta di conciliazione.
- Subito: iscrizione al Centro per l'impiego.
E alla fine del rapporto ricordati di controllare l'ultima busta paga: devono esserci le ferie non godute, la tredicesima e la quattordicesima maturate, se previste, e il TFR, la liquidazione.
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